
L’APPROCCIO SISTEMICO APPLICATO AL CALCIO
La necessità di osservare e analizzare il calcio da altre prospettive risale a qualche decennio fa.
L’evoluzione tecnologica e la comparsa di nuove scienze hanno condotto diversi studiosi a iniziare questo “nuovo” percorso. Si partiva da un approccio riduzionista, secondo il quale il modo migliore per affrontare la materia era sezionarla e dividerla in parti, con l’obiettivo di comprenderne le componenti. Questo creava una scala gerarchica di importanza per poterle successivamente studiare in modo separato e trarne il miglior risultato. Di conseguenza, si sono messe in risalto la condizione fisica, la tecnica e la tattica come parti fondamentali del gioco del calcio, e certamente lo sono. Questa sequenza non è casuale: ancora oggi, infatti, molti pensano che le abilità condizionali siano l’unico propulsore della prestazione.

A pensarci bene, poiché il calcio è un fenomeno sociale, esso rispecchia fedelmente il modo di vedere, pensare, affrontare e risolvere i problemi della nostra esistenza; per cultura e per formazione, soprattutto scolastica, siamo infatti portati a separare piuttosto che a inglobare. Nel calcio sentiamo spesso parlare di “condizione fisica” più o meno ottimale, di “preparazione fisica”, di “richiamo di preparazione” nella sosta invernale e di “test fisici”. In altre parole, si è pensato al calcio applicandovi le metodologie di allenamento tipiche degli sport individuali, dove le capacità condizionali e coordinative sono slegate dal contesto di squadra. Come conseguenza naturale, i calciatori sono diventati soprattutto degli “atleti”; l’obiettivo era anzi quello di costruire degli “atleti-calciatori”, i cui parametri di riferimento erano correlati alla sola struttura fisica, relegando a un piano secondario ciò che ha veramente importanza: l’essenza del gioco.

Tuttavia, il passaggio dal pensiero cartesiano a quello olistico, guidato dalle circostanze sopra citate, ha cambiato radicalmente il punto di osservazione del calcio, definendolo come un “fenomeno complesso”. Mi piace l’idea di concepire il calcio come un “tutto” e contemporaneamente come il suo contrario: un fenomeno caotico, cosciente e incosciente, fatto di organizzazione e disorganizzazione. È una disciplina caratterizzata da una grande aleatorietà, impossibile da governare completamente, ma che cerchiamo di controllare, sempre al limite del caos, attraverso le nostre idee.
E qui, citando un importante professionista del settore, si apre un mondo in cui diventa impossibile pensare alla condizione fisica, alla tecnica e alla tattica – e io aggiungo alla condizione psicologica, emotiva e socio-affettiva – in maniera slegata dal gioco. Andando oltre e nello specifico, non si possono scindere la fase difensiva, quella offensiva e le relative transizioni, considerandole disconnesse l’una dall’altra. Questo concetto di globalità sistemica viene trasferito al modo di allenare il calcio per estrapolarne l’essenza: la comprensione del gioco. In ogni esercitazione, esso diventa il cardine nella sua totale complessità e nel suo insieme; anche in scale ridotte o in forma parziale, il “tutto” è sempre presente.

Un’idea efficace potrebbe quindi essere quella di allenare determinati giocatori in zone specifiche del campo, focalizzandosi sui compiti e sulle funzioni che svolgono abitualmente in partita, così da riprodurre situazioni il più vicine possibile al gioco reale. L’aspetto più entusiasmante è che questo approccio sistemico al calcio è ormai pronto per essere applicato, ma il suo sviluppo non è ancora finito.










