
ESCLUSIVA CP – Francesco Buonaiuto: “Il calcio è un gioco di tempo e spazio”
In esclusiva, ai microfoni di Calciopanchina di Niccolò Brancati, presentiamo Francesco Buonaiuto – allenatore professionista, considerato un riferimento sportivo e umano
Presentata da Niccolò Brancati, ecco l’intervista che ci ha concesso il mister Buonaiuto, a cui vanno i più sinceri ringraziamenti per la sua disponibilità.
NB: Buongiorno a tutti i nostri amici lettori del sito CalcioPanchina di Niccolò Brancati. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi il mister Francesco Buonaiuto. Grazie per essere qui! Buon giorno mister, iniziamo questa intervista presentandoti ai nostri lettori.

FB: Buongiorno, è un piacere anche per me. Ciao Niccolò: sono Francesco Buonaiuto ho 23 anni, sono un docente di educazione fisica, allenatore UEFA B e Match Analyst SICS. Attualmente alleno la formazione U15 della Salernitana. Da piccolo ho indossato dalla U13 alla Primavera i settori giovanili di Napoli, Benevento e Salernitana, ma purtroppo complici gli infortuni ho scelto di lasciare a 18 anni. Lontano dal calcio per un breve periodo, ritorno sul rettangolo verde in veste di allenatore “come mio padre” grazie alla mia fidanzata. Questo è il mio sesto anno in panchina: ho allenato per un anno in una scuola calcio vicino casa, successivamente sono stato per tre anni con il Benevento Calcio, in vesti di match analyst e poi di allenatore. L’anno scorso sono stato l’allenatore della U15 della Cavese centrando come neopromossa, gli ottavi di finale Scudetto Serie C finendo da secondi nel girone e scrivendo il record societario di categoria per piazzamento, punti e vittorie.
NB: Qual è la filosofia che guida il tuo lavoro nel settore giovanile e quali valori ritieni fondamentali da trasmettere ai ragazzi?
FB: Credo che allenare nel settore giovanile debba essere una vocazione, bisogna volere bene ai ragazzi pur sapendo che qualche volta ti deluderanno. I valori che ritengo fondamentali sono sicuramente l’umiltà e la passione. L’umiltà ti permette di migliorare ogni giorno e non sentirti mai arrivato, ed è ciò di cui hanno bisogno per diventare calciatori professionisti. Sono dell’opinione che l’umiltà sia anche sinonimo di organizzazione tattica, se tutti si sacrificano la squadra verrà prima del singolo. La passione è sicuramente ciò che deve muovere chiunque calchi il rettangolo verde, personalmente vivo il calcio in maniera viscerale e cerco di trasmettere il mio amore per questo gioco ai ragazzi che alleno. La prima cosa che dico alle mie squadre è che portiamo in campo chi siamo come persone: una squadra di ragazzi umili e appassionati, aldilà dei valori tecnici, sarà sicuramente una squadra difficile da affrontare per tutti. Un altro valore che ritengo fondamentale è la trasparenza, ai ragazzi dico sempre che quando entro nello spogliatoio posso guardarli negli occhi perché con loro sono onesto e l’unico parametro che uso è la meritocrazia. Purtroppo, da un punto di vista tecnico siamo chiamati a fare delle scelte e sono il primo a mettersi in discussione, proprio come i ragazzi, cerco di migliorarmi giorno dopo giorno.
NB: Allenare giovani calciatori richiede equilibrio: come riesci a conciliare la crescita individuale dei ragazzi con gli obiettivi di squadra?
FB: Non c’è una risposta esatta! Personalmente credo che il calcio sia un gioco di emozioni e relazioni. Secondo me vincere aiuta anche a migliorare il singolo, quando alla domenica si raggiungono risultati le emozioni dell’ambiente sono positive e le relazioni si fortificano. Personalmente ho lavorato in società che non mi hanno mai chiesto risultati ma crescita, tuttavia è innegabile che sia altrettanto importante raggiungere dei risultati sportivi all’altezza del potenziale della squadra. Venendo dal mondo della match analysis propongo ai ragazzi anche sedute video di massimo 8/10 minuti in cui si va ad analizzare cosa si poteva fare meglio: la seduta video è l’esempio perfetto di come il singolo migliori attraverso il collettivo e viceversa. Concludo dicendoti che la vittoria è un veicolo per velocizzare la crescita individuale e creare un ambiente di apprendimento positivo. Purtroppo leggo sempre più spesso di esoneri nei settori giovanili per motivi di classifica, credo sia una follia e spero sia una moda passeggera, altrimenti chiedere a noi allenatori di non pensare ai risultati diventerebbe ipocrisia.
NB: Nelle tue sedute di allenamento, in che modo cerchi di unire l’aspetto tecnico con quello tattico e cognitivo del gioco?

FB: Ritengo che nel calcio tutto sia tattica in quanto è presente un avversario che ti costringe a una scelta: il calcio è un gioco di tempo e spazio. Cerco di abituare i ragazzi a leggere il gioco in base alla palla e al compagno, nonché a scegliere in base a ciò che concede l’avversario. Cerco di proporre sedute di allenamento che simulino la partita, lavorando esclusivamente in situazione se non per fondamentali isolati come il tiro in porta “analitico”. Da un punto di vista metodologico spesso bisogna anche adeguarsi a quelli che sono gli spazi e i tempi a disposizione, non sempre si riesce a proporre tutto ciò che si ha in mente. Sono dell’opinione che l’aspetto tecnico inteso strettamente come rapporto giocatore-palla, sopratutto dall’attività agonistica in poi, possa essere limato ma non costruito da zero, lì interviene la componente del talento che sfugge al controllo di qualsiasi allenatore. Ho avuto la fortuna di giocare più volte in gare di settore giovanile contro talenti del calibro di Calafiori, Zalewski, Cancellieri, Bove, Esposito, Colombo e tanti altri, si aveva subito la sensazione di ragazzi con qualcosa in più, eppure venivano allenati come gli altri.
NB: Il percorso di crescita non è sempre lineare: come supporti i ragazzi nei momenti di difficoltà o di calo motivazionale?
FB: Ti rispondo in maniera molto schietta, tratto i ragazzi come fratelli più piccoli e chi è stato con me lo sa! Mi piace stare con loro e cerco di dargli una figura di riferimento che spesso nel mio percorso calcistico non ho avuto. Mi piacere rompere quella barriera giocatore-allenatore, instaurando un rapporto umano adulto-ragazzo. Allo stesso tempo creo ambienti di lavoro molto seri e rigorosi, in cui c’è spazio, con i giusti tempi, sia per la battuta che per il richiamo. I ragazzi sanno dal primo giorno che la porta del mio spogliatoio è sempre aperta e che, con i giusti modi e tempi, si può chiedere tutto e da parte mia ci sarà sempre onestà e trasparenza. Spesso si tende a colpevolizzare i ragazzi, che in questa fascia di età sono anime pure che hanno solo bisogno di tempo e pazienza. Sono dell’avviso che nel 99% dei casi siamo noi adulti a creare problemi ai ragazzi. Non mi è mai capitato di avere problemi di gestione con i ragazzi che ho allenato, anzi con alcuni è nato un vero e proprio rapporto di amicizia anche fuori dal campo e anche a distanza di anni. Cerco di fargli capire quanto sono fortunati a vivere la loro età e a sognare portandogli spesso il mio esempio.
Quando mi dicono “mister beato te che non corri” gli rispondo sempre con il sorriso dicendo “facciamo a cambio?”.
NB: Quali sono secondo te le principali differenze tra allenare bambini, ragazzi e adulti?
FB: Da un punto di vista metodologico allenare bambini è sicuramente il compito che richiede più preparazione scientifica. C’è bisogno di essere esperti di motricità e psicologia infantile. Allenare ragazzi è una vocazione, è una fascia d’età difficile da gestire dal punto di vista mentale, ma ti danno tante soddisfazioni. Dal punto di vista prettamente calcistico, credo che la U15 sia la categoria più difficile da allenare in assoluto, in quanto primo passaggio all’attività agonistica. I ragazzi sono un foglio bianco su cui devi scrivere per primo, ed è un compito enorme e di grande responsabilità, tuttavia la soddisfazione è altrettanto grande perché prendi dei ragazzi dall’attività di base e li vedi man mano cominciare a trasformarsi in piccoli calciatori, sia da un punto di vista calcistico che mentale. Sotto l’aspetto umano bisogna circondarsi di persone che sappiano rapportarsi ai giovani, aldilà delle enormi competenze tecniche. In questo mi è di fondamentale aiuto il mio amico e collaboratore tecnico Francesco Arsillo. Allenare adulti è un lavoro difficile e principalmente di gestione ambientale – Bobo Vieri ha ragione quando dice: allenare i grandi è un mestiere a perdere. Penso che allenare gli adulti è un qualcosa da cui mi sento lontano anni luce ad oggi. I ragazzi hanno un’ingenuità e una bontà che noi adulti non possiamo più avere, gli spogliatoi di settore giovanile sono i più veri e puri in assoluto.
NB: Obiettivi per il tuo futuro?
FB: In questo momento sto cercando di costruirmi un futuro con il mio primo lavoro che è il docente scolastico, il calcio ad oggi è per me una passione e la vivo come tale. Chi mi conosce sa che calcisticamente non sono un carattere semplice, diciamo che non scendo a compromessi e dico sempre ciò che penso in maniera diretta, purtroppo spesso non è un vantaggio e ne sono consapevole. Spero di allenare in ambienti in cui possa esprimermi al meglio e che mi valorizzino aldilà della categoria e del nome, che mi interessa veramente poco. Come già detto, il calcio lo considero per me una passione ed un sogno nel cassetto che coltiverò nel tempo. Se un giorno dovesse diventare un lavoro ne sarei felicissimo, ma sarà sicuramente perché avrò percorso la strada “a modo mio”. Non amo viaggiare troppo lontano da terra, ma se dovessi dirti un sogno ti direi allenare una formazione giovanile della Nazionale.
La maglia azzurra supera il prestigio di qualsiasi club.
NB: L’ultima domanda riguarda noi, conosci CalcioPanchina.it? Cosa pensi del sito?
FB: Ci tengo a ringraziarti per questa intervista! Il sito CalcioPanchina è un progetto su misura per allenatori di qualsiasi età e categoria, un posto ideale per avere spunti e aggiornarsi continuamente, guidato da un professionista del settore e una persona esemplare come te Niccolò.
NB: Grazie mille per aver risposto alle nostre domande, a presto e in bocca al lupo per tutto!
FB: Niccolò ringrazio Te e il Tuo sito. Un saluto a Te e ai lettori.
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